UMANESIMO LAICO-CRISTIANO DI
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Con Petrarca, 40 anni dopo, la situazione
storico-culturale, forse incompresa e comunque giudicata così critica da
Dante, appariva in ulteriore notevole mutamento, con lo sviluppo della
filologia testuale nelle humanae litterae,
che non era propriamente un “ritorno” ai classici, ne era la lettura testuale
diretta, mediante la ricerca e “scoperta” dei codici, come in Petrarca appunto.
Per il quale la prospettiva generale dantesca va rovesciata: lui addirittura
optò per gli ordini ecclesiastici, sia pure “minori” per concreti
“benefici” economici (“canonico laico”), senza porsi gravi problemi metafisici
e teologici, ripetendo la fede cattolica ereditata, pure con una costante
propensione intimistica (non mistica) agostiniana, come si legge nelle pagine
ambigue del Secretum. Il cui vero
titolo è De secreto conflictu
curarum mearum, Il segreto conflitto dei miei affanni, libello esemplato
sui Soliloquia (Confessioni) di
Agostino (Il mio segreto, tr.it.
Sansoni 1943); e il cui carattere originale è nella “umanità”
solipsistica della sua auto-riflessione e auto-espressione soggettiva.
Un vecchio ampio studio di U.Segre sembrava proporre
un confronto del Secretum coi Soliloquia (in Studi petrarcheschi, Le Monnier 1915), ma era tutto risolto con
ovvietà nelle diverse vicende personali, non incideva nella
qualità dell’auto-analisi: che era già penetrante nelle
“confessioni” di Agostino, già spiccatamente autobiografica,
auto-esibitoria fino al narcisismo fideale, in orazione perpetua, quasi un
mil-lennio prima di Petrarca. Il quale dunque “riscopriva” l’autocoscienza,
l’auto-analisi per predisposizione propria, ma l’esprimeva e rappresentava su
quell’antico modello ecclesiastico cristiano. Nettamente superiore, per sottigliezza
psicologica e capacità letterarie, malgrado l’effusione lirico-oratoria
continua dell’eros mistico verso il suo Diodamore. Povero esito al confronto
dell’augusto modello il letterario “segreto” petrarchesco, già nella
duplicazione oggettiva di sé confesso nell’intervento censorio costante dello
stesso Agostino, oltre che inizialmente della Verità testimoniante.
L’animazione dialogica (“interiore”) di sé con sé così esternata e
drammatizzata esternamente, ha una sorta di drammaturgia giudiziale, di
tipologia medioevale, in cui l’immaginario giudice ecclesiastico Agostino
accusa l’inquisito Francesco, tanto fragilmente peccaminoso, che gli si
confessa e l’altro lo rimprovera e lo condanna severamente, richiamandolo
insistentemente, lugubremente alla riflessione mortificante sulla morte, nello
stile del De contemptu mundi di
Innocenzo III.
E’ vero che ovviamente questo Agostino così
eloquente, che si rifà agli stoici e cita Cicerone e Orazio e Virgilio,
è un doppio di Francesco, ma è proprio tale identità
sdoppiata, che qui si rappresenta oggettivandosi analogicamente, è
questo Medioevo che accomuna la censura ecclesiastica (e autocensura) di
Agostino e di Francesco. Qualcuno ha evocato la “coscienza moderna” (U.Dotti, Petrarca e la coscienza moderna, Feltrinelli
1978), ma questa interiorità qui esteriorizzata è ancora la
“co-scienza medioevale”. Il “conflitto” morale e moralistico concerne la
virtù e il vizio, le miserie del peccato, le tentazioni della carne, la
debolezza della volontà, tra cupidige e cadute, il pentimento e il
perdono, nelle confessioni di Francesco, così lacrimoso e nevrotico come
un monaco medioevale. La stessa tesi ascetica generale, anti-umanistica,
svalutante non solo il “mondo” ma la “vita”, la tesi che la meditazione sulla
morte, con la cognizione della propria miseria, dovrebbe aiutare a “risorgere”,
non potrebbe essere più medioevale, nel senso dell’ascesi più
alienante.
Il Libro secondo, con la lunga sequenza delle
imputazioni peccaminose, esemplata sui vizi capitali, è esemplare –
sempre nella incalzante inquisizione agostiniana – per la figurazione
tradizionale dell’uomo medioevale denudato, nell’ossessione del male, dei mali
che urgono e assediano la “coscienza” dell’uomo cristiano, sollecitato e
riluttante a vergognarsene, qui continuamente terrorizzato dal monaco,
più eloquente e predicatorio che mai. La variante fondamentale, in
questo confessionale immaginario, che potrebbe confermare l’avvento di tempi
nuovi, sarebbe l’autodifesa del peccatore confesso, che implicherebbe una
difesa almeno indiretta dell’uomo, particolarmente nella speciale tipologia
intellettuale. Che legittimi i sentimenti di autostima del proprio ingegno, di
speranza del successo, di gloria mondana (“la gloria dell’eloquenza”), il
piacere della parola e il lungo studio espressivo, l’amore della bellezza, la
cura del proprio corpo e il timore dei suoi mali. Ma di tutto questo, che
è imputato a colpa dall’impietoso e disumano Agostino, Francesco pare
tenuto a discolparsi negando le colpe o minimizzandole, confessando
ipocritamente la propria pochezza, mancanza d’ingegno, disamore per la gloria
ecc., cioè restando comunque preso nella trappola inquisitoria della
“vergogna” cattolica.
Così Agostino torna all’assalto
rinfacciandogli miserando (così insiste a rappresentarlo l’autore) le
sozzure e perfino gli orrori della sua natura corporale, che lo asservirebbe,
la superbia e il disprezzo del volgo illetterato, la “cupidigia dei beni temporali”,
non esclusa l’attenzione al denaro. E di tutto questo Francesco, ecclesiastico
medioevale in “esame di coscienza”, si accusa e si pente come un novizio. Ecco
il quadretto anti-umanistico dell’uomo medioevale agostiniano, degno di lui
vescovo cristiano: “Vedilo nudo e informe nascere tra vagiti e pianti, tale da
dover essere consolato con un po’ di latte; vedilo vacillante muoversi carponi;
bisognoso dell’aiu-to altrui, alimentato e vestito dalle mute bestie; caduco
del corpo, inquieto del-l’animo; insidiato da mali diversi; soggetto a infinite
passioni; povero di senno; ondeggiante in alternative di letizia e di
tristezza; non padrone del proprio volere, inetto a domare gli appetiti…”
(tr.cit., p.52).
Ma forse peggio è la censura eroto-fisica,
secondo il principio ribadito anche da Fracesco che “la pratica di Venere sottrae
la visione della divinità”. Così i legittimi desideri d’amore e
di gloria, ancora trattati nel Libro terzo, con insistenza e variazioni e
citazioni classiche in sfoggio letterario continuo, da parte di entrambi gli
interlocutori, costituirebbero “peccato”. Agostino qui arriverebbe a inquinare
anche l’idea-lizzazione poetica di Laura, guida alle virtù astensive e
al cielo cristiano, che Francesco (canonico che ebbe due figli naturali)
rievoca contraddetto da Agostino inquisitore implacabile: “Ella ti ha allontanato
l’animo dall’amore celeste, ed ha deviato il tuo desiderio dal Creatore alla
creatura; che è sempre stata l’unica e più spedita via verso la
morte” (p.88). E qui deve dirsi che lo stesso poeta delle Rime, in questa rappresentazione, sconcia moralisticamente quella
idealizzazione dell’amore umano santificato, con falsi scrupoli confessionali,
erotofòbici, da cui si difende debolmente, ambiguamente, come in genere
dalle tediose prediche di Agostino, accanito pure nel disfare i sogni di
gloria, nell’irrinunziabile mestiere di scrivere.
Perché qui è sempre Agostino profluente che
ha la prima e l’ultima parola, protervo super-io cristiano, non certo come
“coscienza moderna”, scarsamente rappresentata dal remissivo Francesco, che
alla fine ringrazia il suo censore: “Anzi, vivi ringraziamenti ti porgo, come
per altri molti benefìci così per questo triduano colloquio,
perché mi hai detersi gli occhi offuscati e hai dissipata la densa nebbia di
errore che li circondava…” (p.131). Così il Libro terzo e l’intero
libello terminano conformisticamente, con la voce sommessa di Francesco: “Possa
sortirmi quanto domandi, sicché sotto la guida divina io esca salvo da tanti
avvolgimenti e, seguendo Dio che mi chiama, non m’abbia a gettare da me stesso
la polvere negli occhi; e si plachino i flutti dell’animo, taccia il mondo e
non rumoreggi la fortuna” (p.132)!
D’altra parte, ecco l’autoritratto realistico di
Francesco, col suo carico di fobie del mondo cittadino. “Chi potrebbe
adeguatamente esprimere le noie e il quotidiano fastidio della mia esistenza; e
la città più uggiosa, più turbolenta, più angusta
della terra, sentina profonda dove traboccano le lordure di tutto il mondo?…”
(p.70). Sarebbe anche questo espressione della coscienza inquieta dell’uomo
moderno occidentale, o piuttosto una fobia ascetica in versione borghese, di un
intellettuale che direi ancora di mentalità “monastica” cristiana, che
rifugge dal “mondo” svilito e ricerca la “quiete” come “pace dello spirito”,
dedito alla riflessione, agli studi e alle scritture, recluso nel chiostro
della propria solitudine (De vita
solitaria abbinato a De otio
religiosorum)? Pure contraddetta dalla frequenza dei viaggi, da una
limitata attività politico-diplomatica, al seguito di ecclesiastici e di
signori, e dalla continua sollecitazione e attesa di consensi mondani? Come
Francesco appunto, laureato in Campidoglio, ritirato in Valchiusa e in
Arquà. Ma infine il preponderante Agostino è davvero l’alter ego
di Francesco, o è proprio l’oggettivazione artificiosa di un super-io
inquisitorio, originato dalla propria clericalità medioevale sempre
assillante, nel peso di una tradizione ecclesiale schiacciante, con cui il
canonico scrittore è costretto a fare i conti, rimettendosi ancora alla
sua autorità indiscussa?
L’umanesimo di Petrarca, consistente sia nei suoi
fruttuosi studia humanitatis, sia nel
suo assillante anche se contraddittorio interrogarsi coscienziale, nella sua
realistica “sincera” autodenuncia, nella destituzione della propria intima
moralità “quotidiana”, era ancora non poco assoggettato, seppure in
dichiarato non apparente “conflitto”, alla cultura cattolica, da cui un
Cicerone platonizzato, non un razionalismo averroistico rifiutato, lo liberava
solo in una certa misura. Renucci qui aveva ragione: col ciceronismo stoico di
Petrarca, si era semmai ai prodromi dell’equi-voco neoplatonismo fiorentino di
Marsilio Ficino (L’aventure de
l’humanisme européen, p.155). E mi pare fondato il giudizio che tutti gli
umanisti italiani sono vissuti “al margine della fede cristiana. Al margine,
diciamo, e non contro di essa. Fino al XVI secolo, nessuno dei suoi animatori
si è seriamente curato di smentire le Scritture né di cercare
ansiosamente armi per sostenere l’assoluta verità” (p.156). Non per
questo sarebbero definibili “umanisti cristiani”, nel senso confessionale
dell’amplificazione “umanistica” del cristianesimo, patrocinata da storici
militanti cattolici: ma come già in Petrarca, specialmente in Petrarca
(come poi Ficino), l’“umanesimo” laico, la laicità e secolarità
dell’umanesimo, appare compromessa nella stessa condizione, obbligata o
prescelta, dell’intellettuale istituzionalmente in servizio clericale.
Viscardi in un suo vecchio libello giovanile un po’
astratto su F.Petrarca e il Medioevo
(Perrella 1925), pretendeva di confrontare a contrasto rovesciato una pagina in
volgare della Vita Nuova di Dante con
la prosa latina del Secretum, mezzo
secolo dopo, l’allegoria soggettiva dell’uno e la soggettività
realistica, auto-analizzata e confessa, dei sentimenti. Ma il confronto vero,
per distanza incolmabile, va fatto tra il simbolismo erotico stilnovistico e
l’idealismo erotico in quella sorta di autobiografia intima che è il Canzoniere: è qui che il vero
“umanesimo” petrarchesco si esprime pienamente, nella proiezione sentimentale
dell’io che lo fa “moderno”. Anche col paradosso linguistico per cui Petrarca,
al contrario di Dante, scriveva anche in privato il suo vasto epistolario nel
latino vetusto della sua chiesa e dei dotti, e scriveva i versi intitolati poi Rerum vulgarium fragmenta, con una
raffinazione letteraria colma di echi testuali, nel volgare medio del suo e
altrui eloquio comunicativo. Qui rifluiscono pure i temi psico-moralistici,
indistintamente “cristiani” e “moderni”, l’insoddisfazione e l’acedia ovvero
accidia, l’inquietudine nevrotica, lo scarso volere come inibizione o impotenza
all’azione, la passionalità erotica decantata, l’auto-commiserazione, le
alternative emozionali, le contraddizioni insuperate e insuperabili, i moderati
rimorsi e ripensamenti, il velleitario o solo profano richiamo all’as-cetismo,
il senso della vanitas vanitatum
analizzato nel Secretum ecc.
Che non so quanto sia configurabile come maturo
frutto di una “crisi religiosa e morale”, determinata nel tempo, e dovuta alla
provvidenziale lettura delle Confessioni
agostiniane, o alle sollecitazioni del fratello Gherardo che si era fatto
monaco: così descritta con ricorrenza, da Sapegno nelle varie stesure
del suo Trecento (per ultimo Storia letteraria del Trecento,
Ricciardi 1963) al Petrarca di
R.Amaturo (Laterza 1971, 1988); o non sia dovuto piuttosto a costituzionale,
direi neuro-strutturale predisposizione psico-intellettiva, che lo accompagna e
lo assilla, specialmente nella maturità. Amaturo in particolare ha
parlato di “crisi” e “coscienza della crisi” proprio nel Secretum, nelle sue “angosciose confessioni” che si sono viste,
nell’autoanalisi lucida dei propri conflitti interiori ecc. (pp.121ss.). Ma
nonostante la ipersottile tenebrosa lettura che ne fa, e aldilà degli “abissi”
assai improbabili in Petrarca, non si va oltre la constatazione di una sorda
inquietudine e ansia, malcontento e inerzia di volontà, che è
“malattia morale” comune agli intellettuali borghesi autonomi, emancipati dal
servizio istituzionale (padronale), e la cui “coscienza” fa certamente la
“modernità” umanistica di Petrarca.
Indifferente o diffidente delle astrazioni
logico-filosofiche in genere, e di quelle teologiche coeve (Bosco, P., UTET 1946, pp.140ss.; Quaglio, P., Garzanti 1967, pp.192ss.), l’intellettuale
borghese Petrarca, sedentario uomo di mondo chiericato per convenienza, era un
letterato sprezzante perché staccato nei confronti del “mondo” circostante,
dell’uomo reale, della città sordida e agitata e della “vita”
contemporanea. Ma è la propria umanità soggettiva e intima, che
occupa e preoccupa la sua “coscienza moderna”, assai più degli autori e
dei testi classici oggetto della sua erudizione e della sua cultura, e certo
più delle sue non eccellenti opere latine, d’imitatio e invenzione classicistiche. Devo ripetermi, è
quella “umanità” benpiù della humanitas,
che nutre il suo “umanesimo”laico. In questo senso, “La biografia ideale
dell’umanista”, ricercata da Dotti nell’epistolario delle Familiari, cioè nella privatezza del poeta (nel citato
libro, sùbito viziato da rimandi pletorici a… Lukàcs), per me non
è umanisticamente più qualificante della pretesa “scoperta”
petrarchesca della “coscienza moderna”. Che, così affine ancora per
più aspetti all’auto-riflessio-ne conturbata, alle “confessioni”
autocensorie vibratili, della “coscienza cristiana” medioevale, da cui
indubitabilmente discende, solo con difficoltà si va liberando delle
sovrastrutture teistiche-dogmatiche della cultura ecclesiale, per affermarsi come
“coscienza laica” della realtà, della natura, dell’uomo.
Considerazioni storiche analoghe possono farsi per
Boccaccio, assai legato a Petrarca che era più anziano di un decennio, e
di cui seguiva le orme negli studia humanitatis,
ma con altra predominante vocazione letteraria, narrativa in prose realistiche
e in versi romanzi favolosi. E’ noto che il barone cattolico V.Branca,
boccaccista eminente, ha rivendicato un Boccaccio
medievale (Sansoni 1956, n.ed. 1981), cioè contraddittoriamente
scrittore cristiano “preumanistico”, come Petrarca cristianissimo,
confermandolo nella riedizione tarda e nella più recente voce
“Boccaccio” del Dizionario critico della
letteratura. italiana (UTET 1986). Ma il barone cattolico Branca è
l’assertore, oltre il limite del grottesco, non solo del “pacato e profondo
cristianesimo” di Petrarca, ma di un “grande classicismo medioevale”,
raffigurando il “pre-umanesimo” del tardo trecento come una riscoperta di
quella tradizionale “venerazione” medioevale della cultura classica (1^ed.,
p.8)! Così anche il Decameron
gli appare “un’opera tutta protesa verso la cultura e il mondo medioevale e romanzo”,
un’opera di “tradizione medioevale” appunto, dove “il mondo classico è
poco meno che assente” (p.9). Nel Dizionario
chiama il volgare italiano “una delle lingue della nuova civiltà
cristiana e medievale” (p.350), con giustificato orgoglio medievalistico
cattolico.
Branca scopre quindi che nel Decameron Boccaccio, umanista cristiano esemplare, "anche
quando gli si offrono naturali e suggestivi i modelli classici”, “sembra
deliberatamente sfuggirli ed escluderli, per rivolgersi ad ammirati testi
medievali” (p.9). E’ un rovesciamento e rigetto radicale delle più
fondate interpretazioni laiche otto-novecentesche, una “serrata e massiccia
tradizione critica” – scrive lui stesso – “che ha voluto vedere quasi
costantemente nel Decameron il
manifesto ideale di una nuova epoca, anzi la negazione e la beffa
dell’età di mezzo” (p.23). Una tradizione “deviata” da bassi pregiudizi
anti-clericali e anti-medievalistici: non si parla solo di De Sanctis, e della
sua tradizione critica in sviluppo almeno fino a Russo (Letture critiche del Decameron,
Laterza 1956); ma poi anche Sapegno nella citata Storia letteraria del trecento; e Muscetta, (Boccaccio, Laterza 1972). Branca si riferisce pure a Auerbach che,
in Mimesis (1946, tr.it. Einaudi
1950) aveva raccolto studi su “Il realismo nella letteratura occidentale”,
includendo con diritto la Divina Commedia,
e contrariando Branca perché poneva il Decameron
come novità “realistica” assoluta dall’antichità classica,
oltre il Medioevo.
“Soltanto il suo Decamerone,
per la prima volta dall’antichità in poi, fissa un determinato livello
stilistico in cui la narrazione di fatti realmente avvenuti della vita presente
può diventare divertimento di persone colte; essa non serve più
come exemplum morale, e nemmeno serve
a provocare la risata del volgo che facilmente si contenta, bensì serve
come trattenimento d’una cerchia di giovani nobili e istruiti, cavalieri e
damigelle, che godono del gioco dei sensi e possiedono spirito delicato, gusto
e giudizio raffinati” (p.224). La tesi di Branca è invece che il Decameron proprio nel suo rappresentare
la “commedia dell’uomo”, che coi suoi paraocchi cattolici vede ritratta
“attraverso i paradigmi canonici della visione cattolica e scolastica della
vita, è insieme come una vasta e multiforme epopea della società
medioevale italiana, colta e ritratta nel suo autunno splendido e
lussureggiante” (pp.23-24). Perciò non si opporrebbe al Medioevo, come
aveva sostenuto De Sanctis, ma paradossalmente, oscuramente “le si affianca e
quasi la completa”, nelle sue note carenze che la facevano incompleta.
Infatti l’autorevole boccaccista “vede” (travede)
pure il Decameron, epopea medioevale,
in luce metafisica come “la summa di
un mondo che – proprio secondo il pensiero scolastico – non è meno reale
e non è meno valido di quello dominato dal trascendente che fu cantato
da Dante” (ivi). Sapegno obiettava tornando a DeSanctis che, al contrario, il Decameron “non si affianca complementare”
alla Commedia di Dante, ma “piuttosto
si contrappone; e mentre il libro dell’Alighieri chiude un’epoca dello spirito
umano e l’assomma, il Decameron
è piuttosto il presagio di un’età nuova e l’inizio della
letteratura moderna” (op.cit., p.319). La lettura dei testi mostra con evidenza
quanto largamente quella “umanità”, sorrisa o derisa in un momento
calamitoso (la peste), con distacco intellettuale borghese, fuoriesca dal
Medioevo oratorio e letterario della tradizione, dal simbolismo e allegorismo
poetico e dall’esemplarismo morale novellistico ecc., e come nell’ampia misura
in cui la “vita” comune contemporanea prorompe figurata come “realtà”
profana, questo è un attinto “umanesimo” laico, a-mistico e a-teologico,
cioè quanto meno extra-medioe-vale.
Chiunque abbia letto queste novelle sa quanta
profanità erotica fino all’oscenità, ma anche anti-superstiziosa
e anti-religiosa (e a-religiosa) fino all’empietà, quale disposizione
beffarda, satirica e generalmente comica, si liberino pure governate stilisticamente,
con fine e laboriosa arte, oltre all’avventuroso, al drammatico e al tragico,
che certo non mancano nella gamma espressiva di Boccaccio narratore. Ritengo
non sia un caso che qui si legga, fra molto altro, il nucleo forse originario,
o solo successivamente attenuato, del De
tribus impostoribus,nel racconto delle tre anella del Saladino,
rappresentanti le tre religioni monoteistiche, che lascia indeterminata quale
sia la “vera”. Anche solo la trionfale comicità popolare, predominante
nel novelliere boccaccesco, fuoriesce largamente dalla “tradizione medioevale”,
ponendosi semmai nella tradizione satirica-polemica antipapale, e anche interna
alla chiesa, di aspra critica della corruzione romana ecc., in
reciprocità fra papisti e imperialisti ecc. Tradizione tuttavia
libellistica, non certo letteraria, comunque di aspra e diretta censura, per
fini oppositivi di reiezione violenta. Si considerino poi le improvvisazioni goliardiche,
e le cosiddette rime “comico-realistiche”, da Rustico di Filippo a Cecco
Angiolieri, tutte generalmente polemiche, carnali e oscene, ghibelline
irreligiose senon empie: tutte certo dentro le violenze di contrasto
medioevali, ma deltutto eccentriche rispetto alle tradizioni letterarie.
Comunque, il comico di Boccaccio è fuori
anche di tutto questo, con una coscienza superiore, nel senso pure del distacco
intellettuale dalle passioni in conflitto, di cui viveva e soffriva lui stesso,
nella osservazione disincantata (“realistica”) ma non straniata e anzi
simpatetica del suo tempo, della sua “umanità” reale, radicata ancora
nei molti vizi e nelle poche virtù del Medioevo morente… O meglio. non
di un generico Medioevo ma semmai – giustamente correggeva Sapegno (op.cit.,
p.314) – dell’età comunale al tramonto, essendo il Medioevo – io integro
– irriducibile nella società come nella chiesa sempre visibilmente
imperante, nella sua “divina” perpetuità. E’ qui il più autentico
“umanesimo” laico di Boccaccio. Che nella maturità, essendo in difficoltà
economiche, prese anche lui gli ordini minori e finì prete con cura di
anime, tale era ancora e così irresistibile la nauseabonda potenza anche
economica ecclesiastica. Di fatto Boccaccio malvisse i suoi ultimi anni, fra
idropisia e scabbia, morendone pochi anni dopo Petrarca: e si noti che il Decameron fu invece opera felice e
fortunata della sua piena giovinezza esuberante, privata mondana e pubblica.
Nella sua interpretazione laica del Decameron, che rovescia quella di
Branca, Muscetta scrive che seppure non si colgono nel novelliere “vere e
proprie professioni eterodosse” (ma non ne sarei affatto sicuro), tuttavia “non
a caso la fede come culto non è mai oggetto di rappresentazioni serie, e
non a caso ci troviamo in presenza di un massiccio anti-clericalismo,
soprattutto nel dire ‘il ver dei frati’ (ma anche dei chierici di campagna),
senza distinzione di ordini” (op.cit., p.313). S.Battaglia con altri ha parlato
di “coscienza del realismo nell’arte del Boccaccio”, scorgendo molto bene nel Decameron i caratteri di
modernità del “realismo” e già “naturalismo” demitizzante
pre-rinascimentale: anche rispetto allo speciale realismo etico-plastico di
Dante, a cui il critico pare ancorarlo inizialmente. Se la “realtà”
contemporanea qui rappresentata è ancora “di eredità
sostanzialmente medioevale”, in crisi e in superamento relativo, la “coscienza”
della realtà in Boccaccio è profondamente mutata, rispetto alla
trascendenza cristiana (utopica) di Dante e in parte dello stesso Petrarca.
“Nella grande regìa del Decameron,
questo legame trascendente, metafisico e teocratico, è assolutamente
reciso, e la realtà, l’esperienza, la natura, la stessa società e
la somma delle innumerevoli sorti umane, sono intuite nella loro coesistenza,
in quanto esse sole formano la storia” (La
coscienza letteraria del Medioevo, Liguori 1965, p.681). Questo è
benoltre il Medioevo, è nel futuro “molto più avanzato di Dante e
di Petrarca” (p.682), come anch’io ritengo probabile.
Certo, la
“rinascita dell’Uomo” nella cultura italiana, il difficile ritorno della
“cultura dell’uomo”, è certificato cioè “testimoniato” e
rappresentato, per un futuro illimitato, quello durevole delle “forme”
poetiche, dai maggiori poeti italiani coevi, dalle loro più alte
creazioni immaginali e linguistiche. Ma
deve ancora e sempre sottintendersi che sia preceduta di secoli la vita reale,
cioè la storia, la “rinascita” di valori “umani” “naturali” “mondani”
nella operosa e contrastata cultura reale, economica civile politica, delle
città nella febbrilmente costruttiva e anche passionalmente distruttiva
età comunale, oramai in esaurimento storico. La celebrazione dei poeti,
come la riflessione dei filosofi e degli storici, è una memoria
temporale, precaria o “perenne”, ma sempre postuma. L’Umanesimo e il
Rinascimento italiani si affermano in “gloria” europea apparente e spesso
retorica, sulle disfatte della vita civile italiana, divisa scientemente dal
pontificato, godendo i suoi ultimi tardivi “trionfi” intellettuali in
concordanza storica con la perdita della libertà italiana.