IL GRECO PLUTARCO “ANTICIPATORE”
E LA PHILANTROPIA
![]()
A misurare una distanza culturale, troviamo il greco Plutarco (46-125 d.C.), che ha avuto lungamente una fortuna spropositata per le sue Vite parallele e i Moralia, ma assolutamente inadeguata per molte altre operette che più contano sotto il profilo storico-culturale. K.Ziegler è autore della “più informata” e unica monografia complessiva su Plutarco, ancora in circolazione in Italia (1949, tr.it. Paideia 1965), totalmente insoddisfacente perché consta di una voluminosa voce della Realencyclopedie, e si risolve in una lunga minuziosa rassegna analitica di tutte le opere innumerevoli, con una biografia iniziale e articoli su “Le fonti della cultura di Plutarco” (pp.331ss.) e su “Plutarco e la retorica” (pp.341ss.), mentre alle “Concezioni filosofiche e religiose di Plutarco”, tema centrale, sono dedicate 10 pagine comprendenti “Plutarco e l’arte” (pp.361-71)! Molto più ampio e forse utile l’ultimo capitolo sulla “Fortuna di Plutarco e della sua tradizione testuale”. Anche qui la rassegna, che si vale di precedenti lavori di Hirzel e altri, è analitica e in questo senso non ci interessa, senon per rilevare ancora in epoca moderna la straordinaria fortuna attualizzante sei-settecentesca di Plutarco, “tanto per il moralista, il filantropo, quanto per lo storico, l’esaltatore della virtù virile, l’annunciatore dell’ideale di libertà, l’avversario della tirannide” (p.385), fino alla Rivoluzione francese in cui Plutarco fu sempre “ardentemente esaltato”! Poi dall’800 la fortuna cala – in termini di attualizzazione –, per una serie di ragioni culturali, critica storica, positivismo ecc., ma lo studio continua, le edizioni delle Vite si moltiplicano ecc.
Malinconica nella sua ovvietà è la mezza pagina conclusiva della rassegna, dove si osserva che, malgrado le molte traduzioni e biografie, la conoscenza delle opere è superficiale, perché “né la sua concezione della storia, né le sue considerazioni moraleggianti, né la sua capacità di interpretazione psicologica dei personaggi, corrispondono alle vedute e alle esigenze dei nostri tempi” (p.390). E’ però significativo che proprio Ziegler, ponendo queste banali limitazioni, relative cioè alla “attualità” novecentesca, piuttosto che sullo sviluppo quasi inesistente degli studi, non contribuisce certo alla negata conoscenza che conta, quella storica, dell’opera di Plutarco, del suo significato e del suo valore culturale. Basta dire che in Italia non si va oltre saggi particolari, traduzioni e commenti divulgativi (di Del Re, Cilento ecc.), e pure le più recenti gradevoli traduzioni prodotte da D. Del Corno, per Adelphi dal 1982 in poi, sono precedute da brevi saggi d’interpretazione un po’ divaganti. Le nostre storie della filosofia poi brillano per carenza critica (Reale batte il record parlando di Plutarco solo in nota, vol.IV, pp.321-22)., e anche Adorno, che eccezionalmente gli dedica un capitolo (vol.II, pp.375-400), più antologico che critico, non riesce a darne una fisionomia sintetica.
Io direi anzitutto che proprio quei valori etico-politici di moralità, di razionalità, di “attualità” moderne, che ebbero fortuna nel Rinascimento europeo, presso Erasmo, Montaigne, Melantone, non Voltaire, Bacon e tanti altri intellettuali di avanguardia fino a Rousseau e Diderot, avrà bene un rilevante senso culturale, aldilà delle rispettive sollecitazioni e ragioni. Ma inoltre, nell’ambito dei nostri problemi, e in particolare nella prospettiva che ci sta a cuore della difesa della cultura filosofica e religiosa ellenica, promossa già nel “medio-platonismo” dell’Accademia, Plutarco non ha oggi, non ha avuto ancora, una valorizzazione storica adeguata, come anticipatore di temi e problemi e aree d’interesse e prese di posizioni “resistenziali” neoplatoniche, almeno due secoli prima e coi più forti legami col magistero platonico, pure col freno di un sano scetticismo.
Un solo cenno a questa “preparazione” trovo nelle due pagine che J.Pepin gli dedica nella Storia della filosofia dir. Dal Pra (vol.IV, p.253). Adorno assai più attento, non so per quale preclusione specifica, non esita a scrivere che “troppo spesso una lettura isolata, e ritagliata da tutto un contesto, delle opere più note di Plutarco ha dato luogo a retoriche ricostruzioni di un Plutarco che rivive in un ultimo canto del cigno il significato più profondo del misticismo e della teologia dell’antica Grecia, in una consapevole malinconia per la sua prossima fine e per cui non a caso ci si sofferma sulla famosa narrazione plutarchea ove viene drammaticamente annunciato: ‘Il gran dio Pan è morto!’” (p.376). Ma perché dovrebbe essere “retorica” una identificazione storica che emerge dai testi e a cui Plutarco ha perciò diritto? E’ anzi proprio un peccato che Adorno – d’interessi aperti – abbia rinunciato a sviluppare questo aspet-to storico-culturale, insistendo invece nella lettura di Iside e Osiride, delle polemiche antistoiche di Plutarco ecc. E mi sembra proprio con lettura parziale, come se si trattasse di meri problemi tecnici, di filosofia applicata alla religione, secondo l’ipotesi prospettica tradizionale – questa sì abusata e largamente sfruttata – di un predominante interesse mistico-religioso e teologico in Plutarco, che lo stesso im-ponente quadro delle sue opere e operette saggistiche smentisce con evidenza.
Anche a proposito dell’importante “tentativo di conciliare in una sola religione delfico-apollinea la religione ellenica con certi aspetti religiosi di oriente” (p.379), come dichiara Plutarco stesso, malgrado l’accenno politico all’interesse imperiale alla pacificazione religiosa, Adorno non valorizza l’aspetto comunque civico e “laico” – proprio nel senso ellenico-romano – di questo rilevante tentativo di re-interpre-tazione dei miti egizi e persiani, come simbologia razionale articolata su princìpi e concetti “platonici”. Delresto nemmeno originale, perché era nella stessa grande tradizione del logos ellenico, da Pitagora a Platone stesso, e che Plutarco esplicitava da epigono in tutte lettere, direi didascalizzandolo con compiacimento devoto, in un o-rizzonte universalistico nuovo, che era in antitesi radicale con i provinciali miti giudeo-cristiani della “religione unica e vera”!
Plutarco ignorò il cristianesimo incipiente, ovviamente irrilevato nella sua vasta opera, ma espresse spesso giudizi avversi di distacco ironico nei confronti della religione o meglio “superstizione” giudaica, dei loro costumi bizzarri ecc. Ziegler scrive che, se avesse prestato attenzione ai cristiani, “il suo giudizio sarebbe stato probabilmente analogo a quello sui Giudei” (368). E’ strano che Adorno, dopo avere assaporato nei capitoli precedenti i testi paolini, gli Atti degli apostoli, i cosiddetti “padri apostolici” ecc. non ne abbia avvertito lo stridore con la religiosità sincretistica platonizzante di Plutarco. In cui “religione” è davvero unione, tensione comune verso l’immaginaria e illusoria ma vissutamente condivisa “divinità”, non “unica” come tutti ripetono nell’espressione aberrante “Dio unico”, filosofico o mistico, ma semplicemente, superbamente “Universale”: Sommo Bene platonico o Principio primo aristotelico, o lo Zeus che “per primo nacque e più seppe”, non il Dio-Signore personale esclusivo dei miti biblici. Inutile domandarsi, come fa Del Corno, perché l’Egitto (Iside e Osiride, tr.cit, pp.23ss.), che era un orizzonte tradizionale ellenico nell’Oriente antico. E perché allora Zoroastro, altro orizzonte immediato mistico dualista e monoteista mediorientale della cultura filosofico-religiosa greca? Queste sono tuttaltro che “digressioni”, come qui si dice, sono precise e conscie operazioni culturali di assimilazione ecumenica del “divino”, aldilà delle distinte nominazioni da una religione e da culto agli altri.
La rilettura greca del grande mito orientale contrappone dualisticamente Osiride e Iside come simboli dei princìpi dell’ordine e del bene, assimilato all’Apollo delfico, che Plutarco servì pure come sacerdote negli anni tardi; del malvagio Seth rinominato Tifone, come simbolo del principio dinamico, del disordine e della violenza e insomma del male, corrispondenti agli opposti princìpi divini mazdei (iranici) impersonati nei mitici Horomazes e Arimanios, così grecizzati. Ma Plutarco concettualizzandoli, dandone una interpretazione allegorica, tratta lucidamente anche i miti politeistici ellenici come tali. Lui poteva scrivere che “le storie dei Giganti e dei Titani che si cantano in Grecia, per esempio, e certe empietà compiute da Crono, oppure la lotta di Pitone con Apollo, gli esilii di Dioniso e le peregrinazioni di Demetra, non sono certo diversi da quei racconti su Osiride, Tifone e altri ancora, che a tutti è concesso conoscere liberamente. Ma anche quanto rimane nascosto all’interno dei riti misterici e su cui le cerimonie iniziatiche mantengono il più assoluto riserbo, perché non si può rivelare alla gente, è determinato dalle medesime ragioni” (25, 360F, p.82). Anticipando Mani, lontano dai suoi deliri gnostici, il greco Plutarco dava questa interpretazione “razionale platonica” del conflitto universale dei due princìpi divini (49, 371A-B, p.110):
“La
nascita e la sostanza di questo universo derivano dalla mescolanza di forze
contrarie ma di eguale potenza, dato che il principio vincente è sempre quello
buono. Ma non è possibile d’altronde che la forza del male sia completamente
annientata: essa è innata sia nella struttura fisica che nell’anima vitale del
tutto, in una eterna lotta contro la forza del bene. In questo afflato vitale
dell’universo, l’intelligenza e la ragione, ossia ciò che è guida e signore di
tutti gli elementi positivi, si identificano con Osiride. Nella terra, nel
vento, nell’acqua, nel cielo, nelle stelle, tutto ci risulta ordinato, fisso e
sano, come le stagioni, il clima e i vari cicli periodici, deriva da Osiride ed
è immagine riflessa di lui. Tifone invece rappresenta quella parte dell’afflato
vitale soggetta alle passioni, priva di ordine e di intelligenza, titanica
insomma e incostante; nella struttura fisica dell’universo, Tifone è la
componente mortale, appestata e perturbante, come le anomalie di stagione, le
intemperie, l’oscurarsi del sole e la scomparsa della luna, tutte cose che
rivelano gli attacchi e i tentativi di Tifone. Il nome che viene dato a Tifone,
Seth, significa proprio questo: esso indica al contempo qualcosa che
tiranneggia, che si impone con la forza, e anche qualcosa che muta e si
divincola continuamente e che sempre trasgredisce la legge”.
Plutarco
poi, prete di Delfi ma anche in ciò sempre greco, nella superiore spazialità
della cultura, scrive con la medesima lucidità che “non ci sono dèi diversi per
popoli diversi, né dèi barbari e dèi greci, né tanto meno dèi settentrionali e
dèi meridionali. Come il sole e la luna e il cielo e la terra e il mare sono di
tutti, anche se prendono nomi diversi, così pure le religioni e i modi di
chiamare le divinità sono diversi da popolo a popolo a seconda delle singole
tradizioni, e però tutti si riferiscono a una sola ragione prima, quella che ha
dato ordine a questo mondo, e a una sola provvidenza che lo dirige, e a forze
subalterne che hanno il compito di presiedere a tutte le altre” (67, 377F,
pp.129-30). E a difesa dalla “superstizione” e molto peggio (per lui) dal
“baratro” dell’ateismo, non c’era che “prendere come guida un criterio
razionale che nasca dalla filosofia” (68, 378B, p.130). Pure nella massima
devozione dell’approccio “misterico”, era sempre la via razionale al Dio, che
avrebbe lasciato in eredità fino ai più tardi “neoplatonici”. Ma inoltre,
Plutarco riconosceva la preminenza pure filosofica dell’etica, dell’esercizio pratico
della virtù (areté), ancora in
un’ottica razionale, come pratica realizzativa della ragione, e proprio come
controllo dell’irrazionalità psichica, dominio non soppressione ascetica (o
anche stoica) delle passioni e dei sensi, e cioè sempre per fini morali
ragionevoli e umani.
Si
dice che “da quasi tutti i suoi scritti irradia un soffio di umanità, di amore
del prossimo, di autentica bontà, di spirito conciliativo, di philantropìa (per usare il suo termine
prediletto), una virtù che, dovunque egli la incontrasse, sempre elogiava e
raccomandava ai suoi lettori” (Ziegler, p.367). Si aggiunga il pacifismo
ecumenico congiunto all’impegno etico-civile, più che politico-oratorio nel
senso celebrativo della tradizione liviana, di riconoscere il ruolo pacificatore
della “romanità” imperiale gradita agli imperatori che lo onorarono, ma sempre
senza scalfire l’orgogliosa coscienza della autonomia e superiorità di valori
culturali della “grecità”, della tradizione ellenica, della sua amplissima e
ancora forte capacità di “ellenizzazione” universale. Ma pure la “filantropìa”
plutarchiana aveva un valore umanitario più alto e davvero “universale”,
nell’amplitudine simpatetica verso tutti gli uomini e verso tut-ti gli esseri
viventi, superando cioè l’umanitarismo stoico. E anche questa era vanto di una
rivendicazione greca: ha scritto bene Del Corno che “a Plutarco la
‘filantropìa’ appare il destino dell’uomo greco, il segno profondo della sua
tradizione come del suo presente”.
Nella
sua eredità ellenica che vorremmo proprio dire “laica” in senso umanistico, era
infatti distante e perfino in antitesi all’“amore del prossimo” cristiano,
pietistico e sempre assistito dal Dio-Cristo premiante. Continua Del Corno:
“Questa filantropia si realizza nell’atteggiamento totale dell’individuo, nella
normalità di ogni suo atto: è urbanità di modi e disponibilità a collaborare
con gli altri, rispetto delle esigenze e delle opinioni altrui, fattiva
partecipazione alle pene fisiche e spirituali di chiunque soffra, decoro di
forme esteriori e di pensieri e sentimenti, solidarietà civica, senso dei
doveri intellettuali e pratici; infine, è intima gioia e completa soddisfazione
nel-l’adempiere questo stile di vita” (Introduzione a Il demone di Socrate, Adelphi 1982, 1988, p.15). Quindi le solite
assimilazioni cristiane sono deltutto fuori luogo. Ziegler stesso, mentre
registra le affinità apparenti della “filantropìa” plutarchiana, è obbligato a
riconoscere correttamente che “la posizione morale che fa apparire Plutarco
vicino al Cristianesimo, non è propriamente – e Plutarco ce ne fornisce una
delle più importanti testimonianze – qualche cosa di inerente al Cristianesimo,
un portato di esso, ma il risultato dell’evolversi della moralità e della
dottrina morale greca da Socrate a Platone, all’Accademia, ai Peripatetici,
alla Stoa, come si manifestò negli spiriti migliori del tempo” (p.368). Ziegler
recepisce al riguardo i termini di una polemica di K.H.E. De Jong all’inizio
del secolo, concludendo che in linea generale “le idee e gli insegnamenti di
Plutarco a proposito di Dio e degli dèi, della provvidenza, dell’anima, della
colpa, dell’immortalità, dell’aldilà ecc., malgrado una certa somiglianza
generica si rivelano ad ogni passo, se considerati più da vicino in
contraddizione insanabile con idee e insegnamenti cristiani” (p.368). E non
importa minimamente se i padri cristiani, per loro prassi abituale, si siano
appropriati cristianizzandolo anche di Plutarco moralista e teo-filosofo.
Per
misurare la voragine culturale che li divide, uno dei tanti esempi che se ne
può dare e mi piace dare è quello dell’Amatorius
(Sull’amore, tr.it. Del Corno,
Adelphi 1986), che è quasi un’emblematica applicazione in erotica (Erotikòs) della “filan-tropìa”. Plutarco
vi affronta il tema generale dell’eros in chiave idealizzante, come Platone nel
Simposio, ma senza la
spregiudicatezza erotica e le irruzioni drammaturgiche ardite di Platone, in
tema di amore omosessuale e diremmo pedòfilo da adolescenti, comunemente
accettato e praticato senza scandalo nell’Ellade, come presso gli Egizi e “in
tutti i paesi del Mediterraneo orientale, dove lo è ancora oggi più che in
Occidente” (R.Lewinsohn, Storia dei
costumi sessuali, tr.it. Longanesi 1971, vol.I, p.63).
La
moderazione psico-mentale, la temperanza virtuosa di Plutarco, l’idealismo
razionale che è caratteristico della sua ispirazione “platonica” generale,
cinque secoli dopo Platone, costituivano spesso filtri psico-culturali per una
trattazione moderata, deltutto ragionevole e saggia del tema classico dell’eros.
E nondimeno Plutarco l’affronta con sereno realismo, senza auto-limitazioni
“sacerdotali” (di un prete greco con moglie e figli), che delresto sarebbero
state contraddittorie con la rivendicata tradizione ellenica, e con gli stessi
costumi erotici contemporanei ancora sessualmente disinibiti, come attesta
molta letteratura coeva (P.English, L’eros
nella letteratura, tr.it. Garzanti 1976, pp.59s.). Così Plutarco riesalta
il divino Eros e la sua straordinaria energia, la sua tensione alla bellezza
corporea, come riflesso della bellezza divina, appunto con la mediazione
irrinunciabile del corpo, secondo la più solida tradizione anche estetica
greca. “Il divino e sapiente Eros, medico e salvatore (…) attraverso la
bellezza dei corpi, la guida verso la verità” (19, 764F-765A, pp.88-89); e
Plutarco descrive con cognizione e fine psicologia gli effetti esaltanti del-
l’amore negli amanti, che genera “un rigoglio meraviglioso e fecondo, come
avviene in una pianta che cresce e mette le gemme. In tale espansione si dilatano
i pori della disponibilità e dell’amorevolezza; così che, in breve tempo,
l’amante va oltre il corpo della persona amata, entra in profondità nel suo
essere e raggiunge il suo intimo, che ora riesce a vedere, perché gli è caduto
un velo dagli occhi. Ora gli amanti entrano in una profonda comunicazione
reciproca di parole e di azioni, purché mantengano nel proprio spirito un
residuo, una traccia simbolica della bellezza assoluta” (19, 765C, p.90).
Ripeto,
è una idealizzazione “platonica” dell’amore, che sfiora il misticismo, ma
proprio per le premesse indicate non è una “spiritualizzazione”, come si tende
a farla apparire (Ziegler, p.195), nel senso ascetico di una sublimazione
fisiòfoba e sessuòfoba (cristiana). E’ vero che l’insistenza sulla “bellezza
divina, puramente intelligibile” può riuscire elusiva, con la pretesa che
quando “l’amante nobile e saggio (…) incontra il fascino di una persona giovane
e bella ne fa come uno strumento per la sua memoria; egli accoglie con gioia e
ama quella bellezza, e mentre la frequenta e ne gode, il suo animo si accende
di più” (20, 766A, p.92). Anche nel séguito, si tratta alla fine di variazioni
letterarie e a volte poetiche sul tema, in cui è ricorrente e anzi motivo
conduttore la distinzione tradizionale (attribuita pure agli egizi) e
trasmessa, oltre il cristianesimo, nei millenni fino a oggi, fra amore solo corporeo, sesso puro insomma, e amore profondo
dell’anima definito retoricamente “celeste”. Ma attenzione, anche se Plutarco
distingue l’unione “solo” carnale, che conduce alla sfrenatezza e nega l’amore,
dall’unione integrale delle anime, non rifiuta certo concettualmente i piaceri
del corpo, purché nobilitato dall’amore del bello,
addirittura accomunandovi entrambi i sessi, secondo tradizione. “Non si capisce
perché colui che ama la bellezza della specie umana non dovrebbe essere
sensibile alle qualità di entrambi i sessi, e fare differenze tra gli amori
maschili e femminili, come tra gli abiti portati dai due sessi” (21, 767A-B,
p.95).
Ma
al solito la prospettiva plutarchiana resta quella idealistica, per l’uno e
l’altro amore, e lo conferma in coerenza subito dopo, con un attacco
determinato e molto esplicito contro le pratiche sessuali (come “violenza”) sui
ragazzi e gli adolescenti. “Se ci pensiamo bene, di fronte all’intimità fisica
tra maschi, o per meglio dire riguardo all’accoppiamento male assortito in cui
un maschio monta un altro, dovremmo affermare: ‘Qui la Violenza è all’opera, e
non certo Afrodite’. Perciò coloro che traggono piacere dall’assumere un ruolo
passivo, noi li consideriamo bollati dal peggiore tipo di degradazione e non
accordiamo loro il benché minimo grado di fiducia, di rispetto o di amicizia”
(23, 768E, p.100). Ma non deve sfuggire che a conforto cita un classico greco,
Sofocle in piena tradizione, mentre in contrapposizione Plutarco celebra la
bellezza del matrimonio, naturalmente “fedele”, in cui la stessa sessualità fa
nascere amicizia, “come la comune iniziazione ai grandi misteri. Il piacere di
per sé dura poco, ma da esso germogliano giorno per giorno rispetto,
riconoscenza, affetto reciproco e fiducia” (23, 769A-B, pp.100.101): e ancora
per questo si rifà ai classici antichi da Omero a Solone. Un ultimo tratto
caratteristico di Plutarco, pure nel finale di questa operetta, è la difesa
delle virtù femminili, della loro saggezza e intelligenza, della loro fedeltà e
del loro “senso di giustizia, dato che molte di loro hanno dato prova di
grandezza d’animo, di coraggio, di energia virile” (23, 769B-C, ivi). Questo
per avvalorare la superiorità dell’unione legittima dei coniugi, della
“dedizione reciproca sostenuta dal desiderio”, svalutando pure la precarietà
delle unioni omosessuali (24, 770B-C, pp.104-5).
Ora,
a misurare – ripeto – la voragine culturale che, malgrado le apparenze,
divideva la visione plutarchiana da quelle cattoliche, è sufficiente riandare a
scritti più tardi di dottori e santi padri nel IV secolo della chiesa
imperiale, come il retore Ambrogio e i mistici incompetenti Gregorio di Nissa,
Giovanni Crisostomo, Agostino (alle ossessioni virginee di Girolamo dedichiamo
spazio adeguato nel suo capitolo), alle loro operette su La verginità (tr.it. rispettive Città Nuova 1974-76), titolo
elusivo dell’originale De virginibus,
cioè su Le vergini al femminile, a
quelle agostiniane La santa verginità
e La dignità del matrimonio (tr.it.
Città Nuova 1987-88). Di cui voglio anticipare qui un rapido esame comparativo.
E’ veramente un balzo precipitante dalla esperienza umana dell’eros, sempre
radicata nella natura e intensamente vissuta, e sia pure concettualmente
idealizzata, un balzo dunque nell’irrealtà totale del più alieno mito
spiritualistico, cristo-centrico, mariologico e simili aberrazioni dogmatiche.
L’operetta di Ambrogio è una celebrazione occasionale, eminentemente oratoria,
incentrata su concetti insensati come questi: “Vedete dunque quanto grandi sono
i meriti della verginità. Il Cristo è prima della Vergine, il Cristo è dalla
Vergine: veramente nato dal Padre prima dei secoli, ma nato dalla Vergine per i
secoli (…) Mirate pure un altro merito della verginità: Cristo è sposo della
vergine e, se così si può dire, della castità verginale; giacché la verginità è
del Cristo, non il Cristo della verginità” (I 21-22, p.46). Assai penoso
proseguire per leggere le metafore grossolane, inavvertitamente comiche, con
cui il vescovo di Milano continua dicendo che “la Chiesa santa, immacolata da
accoppiamento, feconda nel parto, è vergine per la castità, è madre per la
prole. E partorisce noi – vergine – non gravida di un uo-mo ma dello Spirito.
Partorisce noi – vergine – non con il dolore delle membra, ma col gaudio degli
angeli. Nutre noi – vergine [sempre la chiesa santa!] – non il latte del corpo,
ma dell’Apostolo, con il quale ha allattato l’età ancora debole del popolo che
cresce” (I 31, p.51).
Già
dipersé la radicale imposizione del tema erotico come puro mito santificante
nell’astensione totale della “verginità”, cioè nell’asessualità (la “castità”),
dice in quale fantamondo si sia rovesciata. Ipocritamente il retore Ambrogio
concede di non sconsigliare le nozze, ma immediatamente riprende la delirante
sagra oratoria sulla verginità, come istituzione ecclesiastica, totalmente
straniata dalla realtà umana. Nel II libro dovrebbe fornire insegnamenti
concreti alle vergini, e invece continua per pagine e pagine a celebrare, al
solito modo insopportabilmente predicatorio, la grande Vergine Madre cristiana,
come perfetta “immagine di [falsa] verginità” (II 15). Altri modelli superbi va
a pescare nella Bibbia, nota fonte sacra di verginità illibate. Nel III libro
addirittura la verginità è assunta come “sacramento”, e qui fioriscono i
consigli o meglio le prescrizioni di astinenze e penitenze, che sono un’altra
splendida conquista cristiana (di Ambrogio v. pure il prezioso La penitenza, Città Nuova 1987): i
digiuni ascetici, l’astensione dagli incontri, “la virtù del tacere”,
l’orazione frequente (anche nel letto), e così illibatamente vivere la santa
vita verginale, la vita comune non la monacazione, nell’ideale monastero
universale dell’Ambrogio strenuo cacciatore di eretici!
Tuttaltra
ispirazione e stile discorsivo hanno i trattatelli dei due mistici, vocati a un
ideale ascetico di “vita contemplativa”, e quindi impegnati a realizzare un
programma di illusoria vita virtuosa, tutta affaticata nel massimo distacco dal
mondo e dalla vita secolare, dal proprio corpo peccaminoso,
nell’auto-repressione delle passioni come sorgenti del vizio, quindi nella
castità più rigida. Sul principio che non basta la purezza del corpo ma occorre
raggiungere l’auto-cancellazione delle passioni (V), si basa pure la condanna
del matrimonio, che dà esca all’ultravizio della lussuria. Anzi Gregorio di
Nissa, dichiarando di non essere celibe, attacca il matrimonio quasi per fatto
personale, pure giudicato non condannabile in linea di principio (VII), ne
ricorda gli aspetti spiacevoli (III), le assurdità della vita che ne derivano
(IV). L’attacca con insistenza – come in séguito il santo Girolamo –,
nell’ossessiva pretesa di uno straniamento totale dallo schifo di ogni piacere
corporeo. Che poi Gregorio fosse così spassionato nella pratica vescovile, è
smentito dalla sua difesa dell’ortodossia cattolica.
Ma
addirittura sconcertante è l’altro trattatello di Giovanni Crisostomo,
patriarca di Costantinopoli, un altro “contemplativo” assai attivo, il quale
prima ancora di celebrare la sua radicale verginità, spinta fino all’assenza di
pensieri relativi a cose materiali (LXXVII), pretende subito con una dubbia
pratica della virtù, e perfino con irriducibile patologia persecutoria, che –
cito i titolini redazionali – “la verginità praticata dagli eretici non
comporta ricompense” (I), anzi che “gli eretici vengono puniti perché praticano
la verginità” (II), e ancora che “gli eretici, praticando la verginità, vanno
incontro a un destino più penoso di quello dei Greci” (IV), quindi che “la
verginità degli eretici è più impura dell’adulterio” (V), e che “gli eretici
quando praticano la verginità contaminano non solo la loro anima ma anche i
loro corpi” (VI), in un delirio patriarcale crescente. Si può trascurare il
resto, ripetendo la considerazione che questi vergini dello spirito santo,
alieni dalle “cose materiali”, erano uomini di governo della “grande chiesa” in
età di conflitti inesauribili, specialmente fra cristiani, capaci di
manifestare senza remore l’odio feroce per i fratelli “eretici”, vergini
sverginati di una verginità corrotta, perfino punita per questo. In quale
precipizio è davvero franata la grande cultura “ellenistica” occidentale!
Infine Agostino, già uomo di mondo e di passioni ardenti, di sensualità
(sessualità) infrenata sempre con fatica, nel quale la verginità, pure
“consacrata” e “santa”, riesce quasi umanizzata, anche con la nobile
concessione di “dignità” al matrimonio sacramentale, e alla vedovanza
(femminile), debitamente castificata. Ma sempre sotto l’usbergo fideale del-la
sua cristomania paranoica, di una mostruosa fabbricazione dogmatica
totalizzante, costruita per il potere: e lui milite infaticabile e autorevole
della “vera religione” lo sapeva bene!
Per
Agostino la verginità era sacra, era consacrata alla santa chiesa cattolica,
secondo una concezione monastica della “castità” pretesa da ogni cristiano:
infatti per esercitare la castità nel matrimonio, è sufficiente averla “ben
radicata nell’anima”, sicché non è chiaro come si possa praticare la “purezza
del corpo” avendo “rapporto carnale” col solo coniuge, e sempre con l’idea
“spirituale” della castità fissa in testa. Ma comunque benpiù elevata è la
“verginità” integrale, “per la quale si conserva l’integrità della carne con
voto al Creatore delle anime e dei corpi”, giacché la madre della verginità è
la chiesa stessa (La verginità consacrata,
Città Nuova, 1987, pp.92 e 95). Questa edizione ha il pregio di essere
introdotta dal p.Agostino Trapè, che occupa senza discrezione la metà del
libello (pp.80 su 164), concorrendo largamente alla indimostrazione
agostiniana, con l’esposizione fra l’altro di una “Teologia della verginità”,
secondo questa sequenza di sotto-temi: “La verginità nei rapporti con Dio”, “La
verginità in Cristo”, “La verginità e la Chiesa”, “La verginità e Maria” “La
verginità e l’apostolato”. C’è insomma ampia materia di profonda riflessione,
per l’ascetica e mistica soppressione dell’eros peccaminoso della mente e del
corpo, che la natura genera e cresce gioiosamente gaudente, e che l’ecclesia
snaturata si adopera scenicamente, verbosamente a distruggere!
Ma pure se l’ingresso
epocale nell’impero di Roma ci spinge oramai nelle paludi dell’èra cristiana, sarebbe
grave arbitrio chiudere su tali malinconie questa ampia parte del volume,
dedicata alla civiltà greco-romana. In radicale contrasto coi vergini
innaturali, vorrei concedere almeno poche pagine a un filosofo greco
d’in-dirizzo naturalistico resistente, poco oltre gli anni di Plutarco. Infatti
la polarizzazione “neoplatonica”, che perdura o si rilancia ancora oggi nella
storiografia, nasconde altri indirizzi filosofici antichi, legati in
particolare all’aristotelismo “peri-patetico”, anche medico-scientifici: basta
pensare a Galeno (II secolo), a sue opere come Sulle facoltà naturali (tr.it. Mondadori 1996), che avrà seguito
lungo nell’O-riente bizantino. Questi indirizzi di esiti molteplici, di cui
trovo una rassegna molto precisa, anche se contratta per sintesi, nello
spazioso manuale di Adorno (La filosofia antica, vol.II, p.II cap.3°), in una realtà storica assai più complessa e
intricata, di fatto fronteggiavano il platonismo misticizzante, che in
Occidente si fa apparire per mediazione cristiana egemonico. Mi riferisco
specialmente a una tradizione naturalistica e materialistica della scuola
peripatetica, che risaliva ai primi scolarchi Teofrasto (IV secolo a.C.) e
Stratone (III sec. a.C.), prediletti perciò da Leopardi, sulla scia dei
“fisici” ionici e dell’atomismo democriteo. In tale più antica tradizione si
iscrive fra II e III secolo d.C. Alessandro di Afrodisia, il più famoso
commentatore di Aristotele, perfino chiamato per questo “secondo Aristotele”,
ma che nella Storia della filosofia
dir. Dal Pra, vol.IV, dal francese J.Pepin quasi Peppino, che nel neoplatonismo
inserisce gli apologisti cristiani, è ignorato come filosoficamente inesistente
(anche Rodin nella sua sintesi lo nomina appena).
In Italia ne tratta intanto
Adorno, in poche pagine, come interprete insigne di Aristotele (pp.424-26).
Alessandro, di cui si conservano commenti aristotelici e opere proprie, appare
dai riferimenti testuali “nominalista” nella logica, dando valore primario alle
individualità e all’attualità delle “forme” reali, rispetto alle astrazioni
generali delle ”forme separate”, viste come pure produzioni mentali: tali anche
i concetti puri di anima e di materia. L’anima dunque nelle sue funzioni è inseparabile dal corpo, per cui la stessa funzione
intellettiva è in certo modo “naturalizzata” in un “intelletto naturale” o
“materiale” (fisico o ilico), che ha la potenzialità di dare forma: con questo intelletto possibile o passivo,
in cui si realizza l’intellezione personale, Alessandro pone un abito
intellettivo o “intelletto acquisito” nell’esperienza intellettiva.(epittetico). Difatto è così negata l’immortalità
dell’anima: solo fuori di essa si pone un intelletto agente o produttivo
(poietico), separato e universale e immortale, identificato col “divino”.
“Si capisce così – scrive
Adorno – come sia da parte platonica sia da parte stoica si è affermato che
Alessandro non solo ha negato la realtà di Dio, posto solo come condizione
logica, ma anche la realtà dell’anima, non solo di quella individuale e
dell’intelletto ilico ed epittetico, dipendenti dalla sensibilità, ma anche
dell’intelletto agente che, non essendo affatto proprio dell’uomo, si annulla
nell’attualità di Dio, pensiero di pensiero, anch’esso a sua volta riducentesi
a una pura astrazione mentale, in una definitiva negazione dell’anima” (pp.425-26). Ma appunto questa è l’interpretazione aristotelica
rigorosa di Alessandro: “proprio questo rende chiaro il senso della polemica di
Alessandro nei confronti sia del platonismo sia degli stoici i quali,
dogmaticamente (…), rifacendosi gli uni e gli altri al pitagorismo, sostengono
la realtà di una sostanza spirituale e di essa un aspetto negli individui
(realtà delle anime). In tale senso
assume un particolare interesse la polemica di Alessandro contro coloro che
ritengono esservi la sostanza dell’anima. Di qui anche la polemica di
Alessandro contro la Provvidenza degli stoici e dei platonici, che ammettendo
un continuo intervento del divino, sostanzializzano e antropomorfizzano dio
(…). Quella che i platonici chiamano Provvidenza e azione diretta di Dio, per
Alessandro, non è altro in realtà (…) che un rapporto di causa ed effetto”
(p.426).
Un altro raro studioso
italiano, P.L.Donini, che si è più specificamente occupato di Alessandro di Afrodisia
(in Tre
studi sull’aristotelismo del II secolo d.C.,
Paravia 1974) riassume il suo pensiero nel suo capitolo dal titolo incongruo,
“Il ritorno agli antichi”, nella Storia della filosofia collettanea Laterza (vol.I, 1993, pp.383-87). A lui si deve pure la
recente traduzione e Introduzione del De anima di Alessandro (Laterza 1996). Donini reagisce, forse a ragione, sia
alla classificazione “materiali-sti-ca” della sua lettura e personale
elaborazione del De anima
aristotelico, sia alla rilettura mistica neoplatonica dello stesso Alessandro
di Afrodisia, esibita negli ultimi anni da Reale. Donini ne propone una lettura
intermedia equilibrata (o equilibrista?), che era già stata anticipata da Movia
in Alessandro di Afrodisia tra naturalismo e misticismo (Padova 1970), e prima da Paul Moraux nei
suoi studi sull’aristotelismo greco. Cioè
Donini trova che sia una “semplificazione estrema” la lettura “nominalistica” e
quindi materialistica – conseguenza per me non necessaria –, che lo porrebbe in
una posizione stoica, anzi peggio, perché Donini sostiene che l’idea dell’anima
dipendente dal corpo “era ormai profondamente radicata nell’aristotelismo”, e
con questo?
Ne prendiamo comunque atto,
aggiungendo che anche il terzo stadio dell’intelletto attivo (poietico), Donini
lo vede come “intelletto mortale, in quanto è sempre funzione di un’anima
totalmente corruttibile ed è fondato dall’esercizio delle funzioni inferiori”
(p.387). Sicché solo transitoriamente, quando l’intelletto umano “giunge a
pensare l’intelletto divino, con questo anche si identifica completamente
ottenendo così di acquisirne
transitoriamente i caratteri” (ivi). Ma questo non autorizza affatto a
concludere che Alessandro, il più radicato nei testi aristotelici, si accostò
così al platonismo e a Plotino dilà da venire, da cui Alessandro sarebbe stato
letto subendone impensate “influenze”. Lo smentirebbe la stessa affermazione
sicura di Donini che “non c’è nessuna base solida nelle pagine dell’esegeta per
attribuirgli una tendenza al misticismo o l’intuizione di un supremo principio
divino trascendente la stessa essenza. Il dio di cui Alessandro parla – e certo
anche volentieri [?] – nelle sue opere è sempre il primo motore immobile di
Aristotele, è una mente che pensa se stessa” (p.385).
Se ora con queste letture
più o meno concordi, si passa alla Storia della filosofia antica di Reale, all’inizio del vol.IV, si è sconcertati ancora dalla solita
operazione mistificatoria sull’Aristotele platonico, in cui trascina pure
Alessandro, radicalmente convertito alla mistica neoplatonica, anzi
anticipatore promovente del neoplatonismo. Reale, partendo dall’interpretazione
qui accennata, crede di rovesciarla con gli abituali artifici un po’ bari:
anzitutto si sostiene a un suggeritore, l’ultimo scolarca Simplicio (VI
secolo), che operava per un’assurda “conciliazione” di platonismo e
aristotelismo mediati, confusionalmente, dal neoplatonismo dell’Ac-cademia. Poi
gioca sui termini, nominando “Dio” l’intelletto agente che viene da fuori: una
figurazione del De anima davvero
oscura e comunque indefinita, altro che nel suo essere impassibile “causa”
interna del pensiero umano, mentre si configura piuttosto come l’arcinoto
Intelletto unico, divulgato alcuni secoli dopo da Averroè, e così discusso nel
Medioevo. Ma comunque, non essendo il ”dio” di Alessandro che il primo motore
aristotelico, solo perciò si poteva contestargli dai platonici di avere negato
insieme la realtà di Dio, come puro Intellelligibile e come puro Intelletto, e
l’immortalità dell’anima.
E’ infine scorrettamente
trascurata la temporaneità, puramente intellettiva per astrazione, della
metaforica non funzionale assimilazione dell’atto pensante all’og-getto
pensato, e di ogni oggetto pensato senza distinzione: tutto ciò nulla ha che
fare con la mistica e col platonismo esoterico, e col neoplatonismo precorso.
Al solito gratuite quindi le precipitose e pregiudiziali conclusioni di
Reale:”per poter soddisfare a fondo queste nuove esigenze mistiche,
l’aristotelismo doveva fare proprie le istanze del platonismo e, quindi,
perdere la propria identità. Si comprende, pertanto, come dopo Alessandro
l’aristotelismo abbia potuto sopravvivere solo a guisa di momento propedeutico
o complementare del platonismo” (p.50). Ma ciò è vero solo nella gloria storica
del platonismo, celebrata in questa Storia
apologetica. Basta considerare come, nella tradizione dell’aristotelismo
rinascimentale italiano (“padovano”), il De anima di Alessandro e l’“alessandrismo”, come variante più spinta
dell’aristotelismo, costituiranno linee di forza anti-platoniche, che daranno
vigore di argomenti alla confutazione dell’immortalità dell’anima, nella luce
razionale di Pomponazzi (dopo 13 secoli!)..
Tanta
voluttà di convertire, deltutto inutilmente, o di “scoprire” intimamente
convertiti, aristotelici in platonici pre- e para-cristiani (eredi di Platone
ammaestrato da Mosè!), è tipica operazione ecclesiastica di lunga tradizione.
E’ vizio di mentalità clericale cattolica volere assimilare morfologicamente, o
sopprimere dogmaticamente, gli avversi o solo diversi, anziché coesistervi e
guardare il mondo nella sua illimitata pluralità fenomenica e intellettiva.
Comunque, con questo tipico gesto cattolico, vescovile e pontificio, di
abrogazione assimilante, può concludersi esemplarmente questa parte prima,
lasciandoci l’ansia di immetterci nelle luminose tenebre dei misteri cristiani.